In memoria dei medici caduti durante l’epidemia di Covid-19

“Ha amato i suoi figli come tutti i figli dell’Africa” Colloquio con Elisabetta Spini


Pubblicato il 19 Marzo 2019


“Aiutare gli ultimi, i fragili, è dovere e missione di ogni medico.  Un ricordo particolare dunque al collega Carlo Spini, che ha incarnato con la sua vita, sino all’estremo sacrificio, i principi del nostro Codice deontologico e del nostro Giuramento”.

Con queste parole il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, il giorno dopo la strage aerea avvenuta in Etiopia, che aveva visto, tra le 157 vittime, anche volontari italiani impegnati in Africa, ricordava il medico Carlo Spini, morto insieme alla moglie, l’infermiera Gabriella Viciani.

Oggi, nel giorno della Festa del Papà, la figlia di Spini, Elisabetta, anche lei infermiera come la sua mamma, ci regala il ricordo del suo babbo, che diventa testimonianza preziosa per tutti i padri e per tutti i medici.

 

Elisabetta, solo due giorni fa avete detto addio ai vostri genitori, con una cerimonia religiosa a Sansepolcro, officiata dall’arcivescovo Fontana, in una Cattedrale gremita di gente. Cosa vi lascia Carlo Spini?

Era un ottimo padre, un medico, amava il suo lavoro e ha trasmesso anche a noi quattro figli l’amore per il prossimo. Lui e la mamma hanno dedicato la loro vita agli altri, con amore e semplicità, senza mai farcelo pesare: siamo sempre stati e siamo fieri di loro”.

Quando hanno iniziato le missioni in Africa? Quale il principale obiettivo sanitario?

“Ricordo la prima volta, era il 2001, forse giugno: mio padre partì per il Malawi per iniziare la sua attività, che consisteva nel trattare contro l’HIV le donne in gravidanza, affinché i bambini potessero nascere sani. Nel tempo, coadiuvato dall’associazione Africa3000, ha esteso il trattamento a tutta la popolazione”.

Sua madre ha avuto un ruolo importante…

“Mia mamma è un’infermiera: non voglio usare il passato, perché chi è medico, infermiere, lo resta per sempre. Ha appoggiato mio padre dal punto di vista umano e professionale, aiutandolo con le medicazioni, con l’uso del carrello ma anche supportandolo nel processo di sensibilizzazione contro il virus HIV e verso l’adozione di norme igieniche preventive del contagio”.

Come vivono l’Hiv e l’Aids le popolazioni del Malawi?

Non ne parlano. È una piaga talmente diffusa che diventa quasi normale, talmente drammatica che si instaura un processo di rimozione collettiva. Il grosso lavoro è stato proprio questo: sensibilizzare le persone a prendere atto del problema, alla prevenzione del contagio e soprattutto delle infezioni opportunistiche per chi è già ammalato”.

Non sarà stato facile. Così come non sarà stato semplice conciliare la vita familiare con le missioni: voi siete quattro figli.

“In realtà lo hanno fatto con amore e semplicità, come tutto nella loro vita: prima ci hanno cresciuti, e ci hanno tirati su indipendenti e liberi. Poi, dopo la pensione di papà, quando noi eravamo già con le nostre famiglie e i nostri lavori, hanno amato e cresciuto tanti altri figli dell’Africa”.

Ha qualche ricordo in particolare di questa sua ‘famiglia allargata’? 

     

“Una volta portarono in Italia una bambina, Malita. Era malata, aveva un’ipertrofia cardiaca da streptococco beta – emolitico. La fecero operare al Bambin Gesù e poi la tennero a casa con loro per la convalescenza. Guarita, tornò in Africa. Purtroppo, tempo dopo, una nuova infezione, questa volta al cervello, ce la portò via”.

Qualcuno di voi quattro ha seguito le loro orme professionali?

Io sono infermiera. Tutti noi, in un modo o nell’altro, ci siamo sempre spesi per aiutare il babbo, come potevamo. Quando i nostri figli erano piccoli, ad esempio, mandavamo in africa i loro vestitini che non entravano più. Come babbo ha amato i suoi figli come tutti i figli dell’Africa, e noi li sentiamo tutti come nostri fratelli. È questa l’eredità che ci lascia, un’eredità fatta di amore e di esempio, più preziosa e più concreta di qualsiasi bene materiale”.

A cura di Michela Molinari – Ufficio Stampa